martedì 17 febbraio 2009

"La bellezza tra arte e tradizione", di Paolo Pellegrino

La casa editrice Congedo ha pubblicato pochi mesi fa un nuovo saggio di Paolo Pellegrino, dal titolo La bellezza tra arte e tradizione (pp. 352, euro 20). L'autore è docente di Estetica e Filosofia morale presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi del Salento, e ha già all'attivo diverse pubblicazioni di natura filosofica. Per la stessa casa editrice salentina ha pubblicato infatti, nel 2003, Il ritorno di Dioniso. Il dio dell'ebbrezza nella storia della civiltà occidentale, ma ricordiamo anche L’estetica del neoidealismo italiano, uno studio su Teoria critica e teoria estetica in Th. W. Adorno, Mito e tarantismo (2001, argomenti anche della sua ultima pubblicazione), Geografia del desiderio (2004) ed Estetica e Comunicazione nel panorama teorico del Novecento (2005). La bellezza tra arte e tradizione (che si può acquistare qui) è stato presentato pochi giorni fa a Zollino, nel Salento, con la partecipazione dei docenti universitari Antonio Quarta (Storia della filosofia contemporanea) e Lucio Antonio Giannone (Letteratura italiana contemporanea).

In quarta di copertina viene spiegato diffusamente il contenuto e il senso del saggio di Paolo Pellegrino: «Il libro traccia la parabola dell'idea di bellezza nella storia della civiltà occidentale, a partire da quell'incunabolo originario che è il pensiero greco e quello di Platone in particolare, e da qui si snoda il percorso di ricerca che attraversa i più significativi momenti di condensazione del concetto, come il paradigma incentrato su quello che Tatarkiewicz chiama la "Grande Teoria" del bello, che poggia sull'idea di proporzione, fino alla tappa decisiva della Critica kantiana, secondo cui "è bello ciò che piace universalmente senza concetto" e "senza alcun interesse". Di questa storia si presentano qui, oltre all'atto di nascita, le stazioni, i passaggi, le svolte: una, in particolare, quasi un presagio, ed è quella che fa riferimento a ciò che disse una volta, all'inizio del Cinquecento, il grande pittore tedesco Albrecht Durer: "che cosa sia la bellezza, non lo so". Solo dalla messa in rapporto dell'estetica 'classìca' con le riserve e le obiezioni dell'orientamento analitico, le sparse e non sempre coerenti teorizzazioni del post-moderno acquistano rigore e dignità filosofica; e solo in relazione a quanto mettono in evidenza le riflessioni post-moderne sulla generale estetizzazione dell'esistenza nel mondo post-industriale – che ha fatto dell'arte una dimensione estetica integrale – acquistano senso e credibilità le intuizioni filosofiche che rilanciano la capacità "fenomenologica" dell'estetica di leggere e analizzare i sintomi che fanno del nostro tempo l'età dell'immagine e della spettacolarizzazione. La pratica delle arti, a cominciare dalle avanguardie storiche primonovecentesche, mostra un fenomeno di "eccedenza", anzi di "esplosione" dell'estetica fuori dai limiti istituzionali che le erano stati imposti dalla tradizione».