mercoledì 12 marzo 2008

Natura, archeologia e storia del Pulo di Molfetta

La casa editrice Mario Adda ha pubblicato nei mesi scorsi un'importante contributo su Natura, Archeologia e Storia del Pulo di Molfetta, a cura di Francesca Radina, e che si presenta oggi alle 17.30 a Palazzo Simi, in strada Sagges, a Bari vecchia. Con la curatrice, Francesca Radina, partecipano: Giuseppe Andreassi (soprintendente per i Beni archeologici della Puglia, Angela Barbanente (assessore regionale all’Assetto del territorio), Vincenzo Divella (presidente della Provincia di Bari), Sergio Fanelli (Ufficio tecnico della Provincia) Alberto Magnaghi, coordinatore del Piano Paesistico Territoriale della Puglia, Nicola Martinelli (Politecnico di Bari) e Ruggero Martines (direttore regionale per i Beni culturali della Puglia).

Di questo volume ha scritto ieri anche Nicola Signorile sulla «Gazzetta del Mezzogiorno»: «Insidiato dall’edilizia - abusiva o «in deroga» che sia - fin dentro i suoi margini, il Pulo di Molfetta resiste tenacemente, in attesa di essere di nuovo «vissuto», come lo era - nel bene e nel male - prima del disastroso terremoto del 1980. E se il Pulo resiste è grazie agli episodi di scavi, di ricerche e di restauri che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, sollecitati da una rete di associazioni locali - fra cui soprattutto l’Archeoclub, la Lega ambiente e Italia Nostra - che non ha mai interrotto la sorveglianza del territorio, surrogando talvolta anche la polizia e la magistratura [...] Radina riassume le tre fasi fondamentali dell’opera di recupero che ha conosciuto una svolta con l’acquisizione pubblica del Fondo Azzollini ed ha interessato tutta l’area della dolina, dal pianoro esterno (con le tracce dell’insediamento neolitico riconosciute già ai primi del Novecento), al costone meridionale, fino al fondo, con i resti della nitriera borbonica. "Nel paesaggio del Pulo di Molfetta - scrive Radina - è possibile ritrovare cristallizzate le tracce di quegli antichi fattori ambientali che determinarono scelte insediative e adattamenti conseguenti". Da qui l’idea di un parco archeologico come "progetto culturale, come luogo per recuperare, sia pure attraverso un campione, tutti i documenti relativi alla storia del territorio"».