Ieri presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, a Bari, si è svolta la presentazione ufficiale del volume Puglia e Albania nel Novecento, risultato di un'iniziativa a lungo termine nell'ambito del progetto Biblio-Inn del programma di iniziativa comunitaria Interreg III A Italia Albania. Il volume è pubblicato da Besa Editrice (pp. 296), da sempre attenta ai rapporti tra Italia e Albania e alla letteratura del Paese delle Aquile, è curato da Giulio Esposito, Vito Antonio Leuzzi e Navila Nika e dà conto dell'indagine svolta condotta dall'Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea, dalla Fondazione Gramsci di Puglia e dall'Archivio Centrale della Repubblica d'Albania per l'individuazione e la valorizzazione delle fonti documentarie relative al periodo 1900-1950.
Come scritto Luigi Quaranta in un articolo pubblicato oggi sul «Corriere del Mezzogiorno», la ricerca «ha tra i suoi punti di forza anche la luce che da essa si diffonde sulle vicende di gente comune. Albanesi e italiani (in massima parte pugliesi) che in diversi momenti si ritrovarono nel posto sbagliato a pagare sulla loro pelle i prezzi richiesti dalla grande storia. Dalla Guerra Fredda, per esempio, che rese giorno dopo giorno più difficili i rapporti tra l'Italia post-bellica (di nuovo democratica, ma pur sempre reduce dalla sconfitta) e la nuova Albania, fieramente indipendente e rigidamente comunista. Ed ecco che il governo di Enver Hoxha trattiene centinaia di specialisti italiani, impegnandoli in importanti operazioni di ripristino della rete stradale e ferroviaria, ma impedendo loro per mesi ed anni il rientro in Italia, mentre su questa sponda dell'Adriatico, nei campi profughi salentini, a Bari e a Brindisi un'altra partita si gioca sulla pelle di centinaia di albanesi sorpresi in Italia dalla fine della guerra e dalla proclamazione della Repubblica popolare a Tirana: il governo di Hoxha li reclama, sapendo che tra loro ci sono anche potenziali oppositori di fede democratica (la stessa fede che negli anni dell'occupazione fascista aveva meritato loro in confino in Italia) da mettere a tecere nelle prigioni o davanti a qualche plotone di esecuzione».
