sabato 26 luglio 2008

"La sventurata sorella della poesia", di Dario Dellino

È in vendita in diverse librerie di Bari, come la Libreria Laterza, Palomar, Roma, Adriatica, Villari, oltre che presso il cinema Splendor dello stesso capoluogo pugliese, il romanzo d'esordio di Dario Dellino, animatore del circolo Arci Gramigna di Bari, dal titolo La sventurata sorella della poesia (pp. 192, euro 8,90) pubblicato dalla società editrice Supporto Cartaceo. L'autore è nato e vissuto prevalentemente a Bari, pur avendo vissuto diversi periodi della sua vita all'estero. Una tragicommedia di sapore evangelico (ma non troppo) è uscita nel 2006 in Nicolaus – rivista di teologia patristica. Altri racconti sparsi sono usciti su quotidiani e settimanali, oltre che su diversi siti internet: uno di questi racconti può leggersi qui. Nella trama di questo suo romanzo d'esordio, invece, si legge: «In un rovente meridione popolato da preti e perdigiorno, Gianni Tranquillo, a causa d'un surreale incidente è costretto al suo debutto in società. Vivendo con lo zio perché inadatto ad ogni attività crede sulle prime d'essere spacciato. Con la porta di casa sbarrata, senza un soldo in tasca e una fame e una sete pazzesche cerca asilo e conforto bussando a tutti i santi della città. Un ritmo bizzarro accompagnerà le avventure di questo candido personaggio. Chiede pane e gli cantano favole, cerca asilo in un terrazzo, tra tortore e fichi, s'innamora d'una bionda troppo prosperosa. Non si dà per vinto: continua, cammina, spera e porta il tempo delle sue sconfitte sorridendo e scuotendo la testa. Ha un piano e lo mette in atto, solo che un'altra volta, il destino, ficcandoci la sua zampaccia pelosa scompiglierà tutto. Situazioni spettrali e misteriose si susseguono: ma Gianni è uno scettico materialista con i piedi piantati in terra. Tutto sembra volgere al peggio quando, inaspettatamente, succede qualcosa».

Questo, invece, un estratto del romanzo di Dellino: «Il santo, protetto dalla campana, vestito di giallo, bello riposato, accettava con gusto le suppliche di quelli che gli strisciavano sotto. Beato te, pensai avvicinandomi. Chiesi un paio di cosette. Le mani giunte, spossato, mi inginocchiai. Un tempo me ne sarei vergognato: la preghiera è una faccenda molto intima, molto personale. È come fare sesso: soltanto gli esibizionisti e i depravati amano farlo in pubblico. Ma quel giorno ero stanco, molto stanco. Non me ne accorsi nemmeno: mi poggiai sulle ginocchia, e, abbandonata la fronte alle mani giunte, chiusi gli occhi. Nel buio della mia anima apparve una macchia bianca. La macchia aveva un cappellino di carta e una pala di legno tra le mani. Era Riccardo, il panettiere. Sorrise: io sorrisi. Riccardo ficcò la pala nel buio del sogno e la tirò indietro, illuminata, in primo piano. Sulla pala c’era una focaccia appena sfornata. Grande come la ruota di un camion, croccante, dorata, soffice, calda, profumata, sfrigolante. I pezzettoni di pomodoro affondavano nella pasta come crateri e c’erano olive e granelli di sale grosso e origano e olio. Aprii gli occhi e guardai in alto. Una smorfia mi sformò il viso e le braccia, per lo sconforto, cascarono a terra».