La casa editrice Schena di Fasano ha dato alle stampe di recente la prima opera narrativa, una raccolta di racconti, di Annunziata Sgura, scrittrice fasanese già autrice di un buon numero di raccolte poetiche. Questo "esordio" narrativo di Annunziata Sgura è intitolato Storie di donne (euro 20), e la quarta di copertina ne riporta questo breve estratto: «Dov'è la bambina con le trecce di sole e il diadema di spighe? Dove sono le braccia dei prodigi? Nel tratturo aguzzo di pietre incrocio na contadina con la treccia bianca a corona attorno al capo. Ha gli occhi grigi: profondi e tristi. Porta al braccio un paniere d'uva. La saluto: mi guarda e mi porge un grapolo. Le accarezzo la mano, mentre lei continua ad andare. ''Ti riconosco, sai? Non t'ho dimenticata"». L'autrice ha già pubblicato in passato altre opere poetiche, tra le quali citiamo La luna nera (Scorpione, 1990) e Cento petali per un fiore (Schena, 1994), anche se la sua prima raccolta poetica risale al 1962.
La prefazione al volume di Annunziata Sgura è a cura di Vito Bianchi, che scrive: «In Storie di donne, Annunziata Sgura, con la sua irresistibile forza poetica, penetra le piccole, grandi, diuturne avventure di un Meridione quanto mai mediterraneo», ed evidenzia come «una sorta di aria amara che pervade il fluire dei racconti», forse perchè le donne «che vi sono tratteggiate pagano quasi sempre un conto salato, un dazio sovente atroce e definitivo alla prerogativa, semi-divina, dello loro essere generatrice, del loro saper creare, unico e irripetibile» e quindi perchè «le diverse protagoniste si trovano a scontare l’originaria bellezza di essere un po’ più affini, un po’ più vicine degli altri al Creatore». E ancora: «Non vi sono pretese di rivendicazione femminista, nè di appello a un sapere e a una consapevolezza moderna attraverso la quale liberare il corpo femminile dagli strumenti di tortura che per secoli lo hanno mortificato».
Questo, invece, l'incipit di uno dei racconti, dal titolo Vi racconto Gertrude: «Era il signore della terra aperta di gravine e lame; selvaggia di dolmen; arcana di grotte e laure basiliane; affrescata di santi bizantini, con gli occhi sbarrati e fissi; fortificata di masserie; atterrita di pirati e di briganti; stupefatta di castelli; tatuata dell’impronta di Federico; superba di cattedrali; mistica di chiesette rupestri e punteggiata, come per magia, da casette rotonde di francescana bellezza che, ora bianche di calce ora grigie di tempo, svettano a cono verso il cielo azzurro, profondo più del mare». Concludo con le parole di una recensione di Angelo Sconosciuto al volume della Sgura: «Annunziata Sgura, infatti, non è che attinga alla vita delle plebi meridionali per farne i soggetti della sua arte: sarebbe riduttivo. Sembra piuttosto che indaghi nell’umanità profonda, che non è sessualmente caratterizzata: ed indagando, isola, evidenzia, esalta le singole situazioni delle persone, facendo sì che nulla vada perduto del caleidoscopio umano, nel quale c’è un’infinità tale di sfumature nei colori, che fanno l’autentica ricchezza dell’umanità e che a ben notare può riassumersi nella sua capacità di andare avanti, di guardare al futuro proprio attraverso il cammino delle generazioni».
