Un'interessante intervista a Piero Manni, titolare dell'omonima casa editrice leccese e consigliere regionale pugliese, è apparsa ieri sulle pagine culturali del «Corriere del Mezzogiorno», curata da Felice Blasi, come del resto è già accaduto con le interviste a Gino Dato (Progedit) e Raimondo Coga (Dedalo). La Manni Editori nasce in seguito al dibattito culturale scatenato, alla metà degli anni Ottanta, dalla rivista letteraria L'Immaginazione. La casa editrice fu quindi fondata da Piero Manni, nato a Soleto nel 1944 e laureato in filosofia, e da sua moglie Anna Grazia D'Oria. Di ritorno dalla Fiera del Libro di Torino, l'editore pugliese si è soffermato sulle questioni più comuni riguardanti la piccola editoria indipendente. Ne riporto alcuni stralci, a mio avviso i più importanti:
«La Fiera ha confermato la tendenza in atto verso la grande concentrazione dell'industria editoriale italiana. Gli spazi centrali erano occupati da pochi, grandi editori. È una fotografia esatta dello stato del settore, dove poche imprese controllano librerie e distributori. La notizia che circolava in Fiera è che l'ultimo distributore indipendente, Pde, sarà acquisito da Feltrinelli. Pde distribuisce oggi un centinaio di piccoli editori, e già si sa che quelli con un fatturato nelle librerie inferiore ai 500.000 euro saranno tagliati fuori. Si tratta di molte decine».
Quali problemi affrontano i piccoli editori indipendenti?
«Il nodo è sicuramente quello della commercializzazione, cioè promozione e distribuzione, un problema che vale per tutti, non solo per gli editori pugliesi o meridionali. Il mercato editoriale oggi è organizzato sulla base dei grandi numeri. Le librerie indipendenti davvero solide sono diventate veramente poche, parliamo di novanta, cento al massimo, non di più. E' un fenomeno che nel Mezzogiorno paradossalmente sentiamo di meno, perché le percentuali di vendita sono molto più basse rispetto al centro-nord, con un mercato meno appetibile per le grandi catene librarie, e dove quindi la struttura di vendita è ancora prevalentemente basata sulle piccole librerie. Ma anche da noi si affacciano con prepotenza i punti vendita nei grandi centri commerciali, che non hanno lo spazio culturale per i piccoli editori, mentre allargano sempre di più lo spazio per i grandi».
Come uscire da questa situazione?
«Sarebbe utile cambiare il rapporto con le istituzioni, ma non nel senso che acquistino più libri o diano agevolazioni a pioggia, ma che facciano una politica a favore della lettura in generale e dell’editoria di catalogo. Durante il governo D’Alema era stata preparata una legge sul libro che prevedeva cose semplicissime, tra cui, per esempio, se il fatturato di una libreria era composto per una certa quota da libri usciti da più di due anni, che significava privilegiare l’editoria di catalogo, quella libreria aveva agevolazioni fiscali. Le istituzioni dovrebbero intervenire per incentivare un’editoria di ricerca e rafforzare i canali di diffusione e commercializzazione. Alcune regioni contribuiscono in maniera determinante ai costi di partecipazioni alle fiere dei loro editori».
