Dopo l'attesa riapertura, da pochi mesi, del Museo Nazionale Archeologico di Taranto, ecco ora in libreria (ma è acquistabile anche presso il bookshop del museo) il volume con le immagini e la storia degli Ori del Museo Nazionale Archeologico di Taranto, pubblicato dall'Editrice Scorpione di Taranto a cura di Amelia D'Amicis e Laura Masiello (pp. 120, euro 13). Il volume si propone proprio di dare spazio alla maggiore attrazione del museo appena riaperto al pubblico: è emerso infatti in questi mesi che le oreficerie di età ellenistica rimangono il polo di attrazione primario, che gli "ori" e il MARTA sono ormai un binomio inscindibile. Risponde in maniera puntuale a tale interesse, ponendo l'attenzione proprio sugli "ori", questo primo lavoro rivolto alle collezioni del museo, organizzato in agili schede scientifiche precedute da approfondimenti tematici e corerdate da un ricco apparato iconografico. La prefazione al volume è di Antonietta Dall'Aglio, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Del volume ha scritto anche Giuseppe Mazzarino sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» di pochi giorni fa: «il contenuto - ha scritto - è assolutamente prezioso. Non solo per le abbondantissime immagini, dove l’oro dei monili risalta ancor più sul fondo nero delle pagine, ma per le spiegazioni, precise ma anche comprensibili (il libro non è solo per "addetti ai lavori", per capirci...) forniti dalle due autrici sull’arte orafa nella Taranto greca, sulle usanze di inserimento dei gioielli nei corredi funerari e sul contagio culturale che la più ricca, civile ed avanzata Taras esercitò sulle comunità indigene. Non è un caso, infatti, che le sepolture dai corredi più sontuosi e ridondanti non fossero quelle della pòlis greca ma quelle di centri come Crispiano, Ginosa, Mottola e, soprattutto, Canosa. Resta il fatto che particolari stilistici, materiali e tecniche di realizzazione confermano che i monili rinvenuti in queste sepolture - come quella sfarzosa della aristocratica daunia Opaka Sabaleida, in Canosa - sono da ricondurre a botteghe orafe tarantine. "Tra la seconda metà del IV e tutto il III secolo a.C. - evidenzia la D’Amicis - "rielaborando originalmente formule ornamentali desunte dai modelli greci, diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, la produzione di oreficerie assume a Taranto una sua peculiare fisionomia, indirizzandosi verso soluzioni stilistiche ben definite, sobrie e raffinate". "Ai laboratori di orefici della città magnogreca - specifica la Masiello - vanno anche riferiti oggetti di pregio rinvenuti in sepolture del vicino entroterra, come lo schiaccianoci in forma di mani congiunte e le oreficerie di Crispiano e Canosa. Non mancano fra i reperti illustrati gioielli "per poveri", in terracotta dorata, di grande finezza di esecuzione"».
