martedì 31 marzo 2009

"I cristalli della regia" di Vincenzo Camerino

Viene inaugurata oggi a Lecce da Ferzan Ozpetek la decima edizione del Festival del Cinema Europeo, in programma fino al 5 aprile, che come ogni anno ospiterà alcune delle migliori pellicole di produzione europea che tuttavia stentato a trovare una distribuzione efficace in Italia (una ragione in più per essere presenti presso il Multiplex Santalucia di Lecce in questi giorni). Quest'anno, inoltre, accanto al programma delle proiezioni, nei giorni del festival verranno presentati anche tre pubblicazioni. Si tratta del volume di Francesco Carofiglio, L'estate del cane nero, dell'ultimo numero della rivista Ethnopolis. Quaderni di Antropologia e sociologia visuale, curata da Giuliano Capani e Costanzo Antermite e pubblicata dall'editore Barbieri di Manduria e quindi del volume di Vincenzo Camerino, dal titolo I cristalli della regia (Icaro Libri, pp. 256, euro 18). Il volume di Camerino è stato presentato anche alcuni giorni fa presso l'Officina culturale Ergot di Lecce.

Vincenzo Camerino è docente di Semiologia del Cinema presso l'Università del Salento e ha alle spalle molte altre pubblicazioni in tema di linguaggio cinematografia oltre che monografie su registi (tra cui ha curato quella su Carlos Saura pubblicata per Besa). Tra le sue opere maggiori, ricordiamo Cinema e politica (Capone, 1982), Cultura, politica, cinema (Barbieri, 1994), Il cinema e il '68 (Barbieri, 1998), Il divismo a Hollywood. Primordi e dintorni (Barbieri, 2000), Inquietudini della storia. Le armonie del cinema (Edizioni dell'Iride, 2003), Nelle utopie del sud e del cinema (Icaro Libri, 2005). Nel suo ultimo I cristalli della regia, invece, Camerino offre Uno sguardo d'insieme sul cinema attraverso sette registi: Anghelopoulos, De Santis, Kovacs, Olivier, Rosi, Rocha, Tarkovskij. L'intera filmografia dei registi è preceduta da un saggio dell'autore dal titolo: Il cinema, la fantasia, la purezza registica. Anche lo smarrimento.

lunedì 30 marzo 2009

Le Minoranze Linguistiche in Capitanata: un itinerario turistico-culturale

Pubblicata dalla Provincia di Foggia, con l'ausilio dello Sportello linguistico provinciale, è stata presentata alcune settimane fa una Guida dal titolo Le Minoranze Linguistiche in Capitanata: un itinerario turistico-culturale, che rientra in un ampio progetto di valorizzazione e di tutela delle minoranze linguistiche franco-provenzale e arberesh presenti, rispettivamente, nei comuni di Celle San Vito e Faeto (la prima) e Chieuti e Casalvecchio di Puglia (la seconda). Un centinaio di pagine in tutto, quelle della guida, che servono a raccontare, ai più piccoli e non solo, storia, tradizioni popolari, lingua, usanze gastronomiche, beni culturali e momenti del vivere quotidiano di queste località, anche con l'ausilio di un apparato iconografico. Tra le testimonianze della grande vitalità culturale dei quattro paesi di Capitanata, vengono citate nella guida, ad esempio, i riti greco-bizantini che ancora si svolgono a Chieuti, i riti del matrimonio e dei fuochi di San Giuseppe a Casalvecchio, a Celle San Vito è invece ancora sentita la festa del carnevale, detta del «pacalotte». Faeto si fa poi apprezzare per le sue doti naturalistiche, trattandosi del paese più alto di Puglia, ai piedi del Monte Cornacchia, ideale per giornate di trekking nella strada che la collega a Celle.

Ma l'incontro di presentazione della guida è stato anche l'occasione per fare il punto sull'iter di una legge regionale che mira a tutelare definitivamente il grande patrimonio linguistico e culturale di queste minoranze linguistiche. L'assessore al Diritto allo studio della Regione Puglia, Lomelo, ha infatti affermato che «È quasi pronto il disegno di Legge Regionale che riconosce e dà dignità legislativa alle minoranze linguistiche presenti in Puglia. Il nostro obiettivo è promuovere e valorizzare queste culture tuttora parlate e diffuse in provincia di Foggia. nel Salento e nel tarantino». L'assessore alla cultura della Provincia di Foggia, Maria Elvira Consiglio, ha invece sottolineato la necessità di «dare continuità agli sportelli linguistici presenti nei quattro comuni» e attivarsi «per trovare nuove iniziative per valorizzare questi centri. custodi di un prezioso patrimonio culturale».

venerdì 27 marzo 2009

"Banche e Mezzogiorno" di Marina Comei a Building Apulia

Terzo appuntamento ieri mattina a Building Apulia, la rassegna promossa dalla Teca del Mediterraneo per la valorizzazione della produzione editoriale pugliese. Al centro del dibattito, questa volta, è stato il volume di Marina Comei dal titolo Banche e Mezzogiorno. Credito, concentrazione bancaria e classi dirigenti negli anni venti (pp. 240, euro 22) pubblicato da Cacucci Editore. Uno studio attento e approfondito, quello di Marina Comei, che pur concentrandosi sull'attività di istituti di credito in Puglia e in tutto il Meridione negli anni Venti del Novecento, tuttavia ha permesso ai relatori di proporre importanti paragoni con la realtà attuale, tra concentrazione di poteri e nuovi istituti di credito che cercano di farsi strada sul territorio.

Le relazioni dei due testimonial dell'incontro si sono rivelate istruttive per chiarire alcuni punti fondamentali del lavoro di Marina Comei. La prof.ssa Anna Lucia Denitto, direttore del Dipartimento di Studi storici dal Medioevo all'età contemporanea dell'Università del Salento, ha ripercorso le linee guida del volume, che si conclude idealmente con la promulgazione della legge bancaria nel 1936 che sancisce una netta distinzione tra banca e industria, dovuta all'instabilità nazionale che era legata a sua volta al sistema creditizio meridionale. Le banche regionali pugliesi negli anni Venti erano sei, tra le quali il Banco di Puglia, la Banca Regionale Pugliese, il Credito Pugliese, tutte comunque attive prevalentemente nel credito a favore del ceto agricolo e commerciale. Non va inoltre dimenticata la nascita di banche familiari, attive nella gestione di patrimoni privati, come la Banca Fratelli Martucci (1915-1927). Le banche regionali, tuttavia, negli anni Venti dovevano scontare una forte debolezza dovuta a una serie di fattori, così enucleati dalla prof.ssa Denitto: capitali sociali modesti; marcata speculazione; scarsa collaborazione «con il nervo economico della società, a vantaggio di relazioni personali e politiche». Un altro dato interessante riportato nella relazione, e indicato nel volume di Marina Comei, è che il fallimento del sistema bancario pugliese avviene prima della crisi economica mondiale dell'ottobre 1929, un indizio della diversità delle origini delle due crisi, bancaria e industriale. Altre importanti informazioni sono poi state fornite sulla Banca Agricola Commericale del Mezzogiorno (Agricom), controllata dal Banco di Napoli ma sostanzialmente indipendente da essa, almeno fino al 1936, quando il Banco di Napoli (ben ramificato in tutto il Mezzogiorno) incorporerà Agricom. Il secondo testimonial della giornata è stato invece Ignazio D'Addabbo, direttore generale della Banca Federiciana, sede centrale ad Andria, con un passato trentennale in Banca del Monte dei Paschi di Siena, con ruoli anche molto importanti nelle filiali di Campania, Basilicata e Puglia. D'Addabbo si è soffermato in particolare su alcuni punti in comune tra il Mezzogiorno degli anni Venti e quello odierno (entrambi soffrono della concorrenza, in campo agricolo, dei prodotti di altri paesi del Mediterraneo), e sulle difficoltà incontrate dal sistema bancario pugliese per la propria affermazione sul mercato, tanto negli anni Venti quanto negli anni 1990-2001 (quando è avvenuta una radicale concentrazione di poteri a vantaggio dei grossi gruppi bancari), e ha quindi individuato i due punti cruciali dai quali dipende, secondo D'Addabbo, lo sviluppo del sistema bancario pugliese: l'adeguatezza delle classi dirigenti, e un più stretto rapporto sistemico tra banca e territorio, come del resto è accaduto in un'area ad alto sviluppo come il Nord-Est.

giovedì 26 marzo 2009

"La settima stella" di Maria Pia Romano

La Besa Editrice ha da poco inaugurato una nuova collana, Orsamaggiore, e lo ha fatto scegliendo un volume di versi e prose poetiche di Maria Pia Romano, dal titolo La settima stella (miscuglio di seme di sesamo e riso) (pp. 84, euro). L'autrice, nata a Benevento nel 1974, è giornalista e ha già pubblicato negli anni scorsi altre raccolte poetiche, sempre con case editrici salentine. Si tratta infatti di L'Estraneo (Manni, 2005), Onde di follia (Besa, 2006) e Il funambolo sull'erba blu (Besa, 2008). La settima stella, che viene aperto da una prefazione di Giovanni Invitto, già autore di un'introduzione al volume di poesie L'Estraneo nel 2005, è diviso in tre sezioni, e ognuna di esse si apre con una citazione musicale, una sorta di colonna sonora sul modello di myspace, trattandosi peraltro di artisti e musicisti che utlizzano myspace per diffondere la loro opera (tra questi, Maria Pia Romano cita, ad esempio, Francesca Romana Perrotta). La raccolta termina, poi, con un «postscriptum sotto il livello del mare».

Giovanni Invitto nella prefazione pone l'accento in particolare sul silenzio nell'opera di Maria Pia Romano: «In queste poesie - scrive - echi che rinviano ad immagini e volti diluiti nei tempi dell'incomprensione, dei silenzi meridionali, delle amicizie perdute. Quei silenzi, che sono urla, fratture e distanze, ritroviamo accomunati nella vernice di una pittura o nel suono dei versi». Sono parole, quelle di Invitto, che colgono in pieno quello che viene espresso dall'autrice; in quarta di copertina leggiamo infatti queste parole: «Chi appartiene alla non-appartenenza s’innamora del silenzio e delle distanze. E scrive storie di pelle e di mare. C’è sempre un’altra vita oltre quella che crediamo la nostra. Arrampicata su macerie di città disfatte, in un altrove di luoghi sconosciuti alla mestizia che assedia l’inverno. C’è sempre un’altra stella». Vito Lubelli, invece, in un'ottima recensione, dà spazio anche a un elemento pregnante del volume di Maria Pia Romano: «C’è anche il richiamo del Sud, che incombe sui suoi versi e al tempo stesso li attraversa, chiaramente grazie alla lezione bodiniana che l’autrice ha assimilato e fatto sua, connotandola di una peculiare sensualità».

mercoledì 25 marzo 2009

"La Pasqua bassa" di Antonio Del Giudice

Antonio Del Giudice, 60 anni, originario di Andria, ha svolto per molti anni la professione di giornalista in giro per l'Italia, in particolare per il gruppo Repubblica-l'Espresso e ricoprendo anche l'incarico di direttore del quotidiano abruzzese «Il Centro». Ha vissuto a Bari, a Roma, a Milano, a Palermo, a Mantova e a Pescara. Oltre agli innumerevoli articoli ha pubblicato un libro intervista con Alex Zanotelli nel 1987 La morte promessa. Armi, droga e fame nel Terzo Mondo. Da poche settimane ha però pubblicato la sua prima opera narrativa, per le edizioni San Paolo, dal titolo La Pasqua bassa (pp. 168, euro 14). La storia al centro della narrazione di Del Giudice è, per sua stessa ammissione, legata alle sue origini e al territorio pugliese o più in generale meridionale. È ambientato infatti a cavallo della seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno in una famiglia di contadini che vede un suo figlio morire nei giorni della Pasqua bassa del 1994, dunque dopo l'8 settembre, nei pressi della città natale, ucciso da una raffica di mitra da un battaglione di soldati tedeschi. Con la morte del figlio comincia l'agonia del padre e la tragedia di una famiglia contadina unita dalla povertà e dalla solidarietà.

A far da sfondo all'intera vicenda, un presagio, una superstizione: quella secondo cui la Pasqua bassa porti con sé eventi luttuosi. «Il libro – ha spiegato nel corso di una presentazione del suo romanzo ad Andria Antonio Del Giudice – trae linfa dal territorio, dalla mia terra d’origine e segue la storia di una famiglia rivissuta con l’occhio di un bambino di dieci anni, tanto che qualcuno non ha esitato a definirlo un “romanzo innocente». Pinuccio, lo sfortunato soldato ucciso dai tedeschi, è secondo l'autore infatti veramente esistito, come i suoi genitori e gli altri personaggi presenti nel libro. «Parto dalle mie radici, da quelle della famiglia di mia madre, che era di origine contadina, per allargarmi, a cerchi concentrici, alla grande famiglia, al quartiere, al paese, per raccontare l’ordìto della storia d’Italia in quel momento, la guerra, il fascismo». Ma nel libro di Del Giudice non mancano ritratti storici del Mezzogiorno di epoche anche precedenti, risalenti «al brigantaggio, all’Unità d’Italia, per fare proprio un excursus nel territorio. Ma se tra le pagine si guarda al passato con nostalgia, io personalmente non lo faccio, perché il mio sguardo contempla il pathos, non la nostalgia».

martedì 24 marzo 2009

"Notti ed albe" di Giuseppe Schiavone

Ogni settimana dedichiamo una segnalazione a una raccolta di poesie pubblicata in Puglia. La settimana scorsa è stata la volta de La matitina dell'Ikea, di Angelo Di Summa, oggi segnaliamo invece il volumetto di poesie di Giuseppe Schiavone, dal titolo Notti ed albe (pp. 48, euro 8) pubblicato da Manni, con una introduzione di Carlo A. Augieri, docente di Critica letteraria e Letterature comparate presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Salento. L'autore è storico delle dottrine politiche e filosofo. Anch'egli docente presso l’Università del Salento, è studioso della Rivoluzione inglese, del suo progetto politico e della genesi e maturazione dei principi etico-giuridici dell’età moderna. Ha pubblicato in questo campo vari volumi scientifici. È tra i fondatori del Centro di Studi Utopici. Augieri, nella sua introduzione, scrive: «Questa poesia è parola creante e creatrice, naturante se non naturale, che continua a creare ogni qualvolta la coscienza si fa respiro e ascolto: gesto del porgere le mani all’orecchio e all’occhio, per scrutare ascoltando. È il gesto affine al senso 'attivo' della parola poetica: scrutare le cose che si vedono, perché diventino non cose, ma volti, inclini a nidificare avvolti nelle mani».

Una poesia, comunque, che si muove sulla traccia di un viaggio introspettivo nei dintorni dell'amore e di tutto ciò che vi gravita attorno. Come ha scritto C. Culiersi in una recensione apparsa sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», «Assieme all’amore si va anche alla scoperta della quintessenza dell’"io" che dà la chiave della conoscenza. Tre sono i tempi dell’itinerario evolutivo: il primo è "Nigreedo", lo stato di trasformazione interiore. "Cerco ancor cerco/ nello stretto sentiero che s'alza sulla vetta/ il rovo infiammato/ per ascoltar Parola". E il viaggio continua, lasciandosi alle spalle un cumulo di carte smarrite, abbandonate nella "gettatezza" esistenziale, in cui l’essere non ha la prospettiva di un fine, di un Dio (pensiamo ad Heidegger). [...] "Era notte un tempo e venne l’alba": così l’animo dell’uomo dopo la fase oscura. Poi sopraggiunge la seconda fase, l’"Albedo", il germoglio della nuova vita. ecco quindi che nasce il secondo Adamo, purificato e riscattato dalla colpa originaria, rivive in una situazione "edenica", con una coscienza che lo porta al terzo e ultimo gradino: "Rubedo" (rosso fuoco)».

lunedì 23 marzo 2009

"Etnografia e miti della Daunia antica", di M.L. Notarangelo

Il primo volume della collana "Fragmenta" della casa editrice Claudio Grenzi di Foggia, diretta da Antonio Mercurio, è stato pubblicato pochi mesi fa e si tratta dell'opera di Maria Leonarda Notarangelo dal titolo Etnografia e miti della Daunia Antica (pp. 224, euro 16). Il volume raccoglie un ampio repertorio delle fonti letterarie antiche che testimoniano i racconti mitologici e notizie etnografiche sulla civiltà dauna, che ha avuto la caratteristica di non essere stata colonizzata, a differenza di molte altre aree del Meridione, dalla civiltà greca. L'autrice, nata a Monte Sant'Angelo nel 1970, si è laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Perugia con una tesi di laurea in Geografia storica dell’antichità. Dal 1996 al 1998 ha lavorato, in veste di operatrice museale, per i diversi progetti di didattica museale organizzati dall’Ufficio di Foggia della Soprintendenza Archeologica della Puglia. Contestualmente ha continuato il lavoro di raccolta e di analisi dei testi classici sulla Daunia già intrapreso per la tesi di laurea. Per l’editore Grenzi ha pubblicato, in collaborazione con Marina Mazzei, il repertorio Documenti per lo studio di Siponto antica (1999) e ha scritto un contributo all’interno del volume miscellaneo Siponto antica (1999). Attualmente vive a Roma dove lavora come insegnante di scuola media.

Il volume è suddiviso in due parti: la prima sezione comprende il repertorio completo dei testi in lingua con le relative traduzioni in italiano; nella seconda parte si propone una lettura dei testi volta a ricostruire le tracce della Daunia antica che si sono conservate nella rappresentazione che di essa fecero i Greci e i Romani.«L’idea portante del mio lavoro - spiega l’autrice - è stato il desiderio di raccogliere in un unico corpus tutte le fonti letterarie sulla Daunia. In particolare mi riferisco al cosiddetto Gruppo Dauno, i cui maggiori esponenti sono Licòfrone (IV secolo a.C.), che in “Alessandra” parla della terra dei Dauni, Timeo di Taormina, Mimnermo». Inoltre, l'autrice propone per il suo volume un utilizzo anche didattico. Spiega infatti Maria Leonarda Notarangelo: «assegnare agli studenti “versioni” dal greco e dal latino che parlino della Daunia, dei suoi miti e delle sue leggende, si pone come una maniera interessante e produttiva per unire l’insegnamento alla conoscenza del territorio in cui si vive».

venerdì 20 marzo 2009

Il Teatro Petruzzelli a "Building Apulia"

Secondo appuntamento questa mattina per la rassegna di incontri Building Apulia promossa dalla Teca del Mediterraneo - Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, con ben quattro pubblicazioni, tutte centrate su un tema sempre all'ordine del giorno della cronaca politico e amministrativa, più che di quella culturale: il Teatro Petruzzelli di Bari. I quattro volumi al centro dell'attenzione dei partecipanti sono stati Il Petruzzelli. Storia di una città, di Antonio Rossano (già da noi segnalato qui), edito da Progedit, Il teatro ritrovato, volume di Enzo Lattanzio pubblicato da Palomar che raccoglie alcune delle fotografie scattate durante gli anni d'oro del teatro, Bari brucia, romanzo giallo di Federico Pirro, edito da Besa, e La maschera caduta, pubblicato per i tipi di Levante Editori, e scritto da Egidio Pani, intellettuale, giornalista e critico teatrale.

Il dibattito, come previsto, ha visto la partecipazione accorata del pubblico, che ha da subito rivolto domande agli scrittori presenti sul futuro, si spera immediato, per la riapertura del politeama barese. Egidio Pani, che nel suo volume ha ripercorso analiticamente tutte le questioni amministrative, giuridiche e politiche, un «piccolo mondo antico del romanzo del Petruzzelli», ha però asserito come la vera scommessa consisterà, prima ancora che nella riapertura del teatro, nella funzionalità della Fondazione del teatro Petruzzelli e dei teatri di Puglia, una fondazione che sia al passo con i tempi e che coniughi qualità e buon utilizzo degli spazi. Anche il testo di Antonio Rossano, peraltro, indaga gli intrecci politico-culturali-imprenditoriali della vicenda del post-incendio del Petruzzelli. Nell'ambito della discussione sulla vicenda burocratica che ha impedito per sedici anni la ricostruzione del teatro, e che è invece avvenuta negli ultimi 16 mesi grazie all'impegno anche economico degli enti locali, sono emersi due fattori poco noti nell'attuale dibattito pressoché quotidiano, ribaditi da Federico Pirro. Il primo riguarda l'impegno che il sindaco di Bari nel 1991, Enrico Dalfino, pose affinché, come era scritto nelle clausole della concessione del terreno alla famiglia proprietaria del teatro, la stessa famiglia proprietaria fosse obbligata alla ricostruzione in soli tre anni (cosa tuttavia mai avvenuta, come noto). Il secondo punto, assai interessante, ha ripercorso le vicende che nel 1990 portarono Ferdinando Pinto, fautore della stagione d'oro del Petruzzelli, a porsi come capofila di un secondo quotidiano della città di Bari, la cui nascita era stata già preannunziata in quei mesi dal periodico «Panorama» e che era invece osteggiata da più parti in città. Secondo questa ricostruzione, potrebbero esserci dei legami tra l'incendio e questo investimento, tanto che nel marzo del 1991, dunque due mesi dopo l'incendio, l'autorevole periodico «Prima Comunicazione» titolava un suo servizio «Un giornale al rogo», riferendosi all'abbandono forzato, in seguito all'incendio del teatro, anche del nuovo progetto editoriale che proponeva l'apertura di un secondo grande quotidiano della città di Bari.

giovedì 19 marzo 2009

"Assenze (frammenti)" di Giuseppe Mazzarino

Poche settimane fa è stato presentato a Taranto un nuovo volume di Giuseppe Mazzarino, dal titolo Assenze (frammenti). Taranto-Perugia-Roma 1972/75 (Cressati Editore, Taranto 2008) l'ideale prosecuzione della precedente pubblicazione Ieri, 29 settembre. Gli anni del liceo Archita come un album di Lucio Battisti (Scorpione editrice, Taranto, 2007). L'autore, giornalista e scrittore, è nato a Taranto e vive fra Taranto e Roma, dove è stato per venticinque anni il cronista parlamentare di punta della Gazzetta del Mezzogiorno. Ha ricoperto e ricopre svariati incarichi negli organismi di categoria del giornalismo (attualmente è presidente dei revisori dei conti della Federazione Nazionale della Stampa, vicepresidente dell'Associazione della Stampa di Puglia e componente del Comitato di Redazione della Gazzetta del Mezzogiorno) ed è autore di opere di divulgazione storica e scientifica, di un manuale-dizionario di giornalismo politico, di una storia delle comunicazioni e del giornalismo, di romanzi, racconti e poesie.

A differenza del libro del 2007, un romanzo sugli anni liceali che narra le gesta picaresche di una combriccola di otto amici che si incontrano, perfetti sconosciuti, in un'aula di primo liceo e diventano, attraverso vari riti di passaggio, esami di maturità inclusi, amici per la vita, Assenze è un libro di frammenti, versi e prosa lirica, pur se sempre di ispirazione autobiografica. I frammenti riuniti in Assenze costituiscono una sorta di diario immaginario che si snoda fra Taranto, Perugia e Roma, luoghi fisici e metafisici insieme: la città natale, ormai però estranea dopo la maturità: la prima sede universitaria, col suo spaesamento; la nuova città universitaria, con le speranze professionali della precocemente intrapresa avventura giornalistica a far da contraltare alla solitudine. Sono frammenti grigi, in cui dominano l'angoscia e l'assenza; una specie di campionario di quei momenti terribili dei quali è spesso ricca l'adolescenza, che in quel caso si sente prematuramente adulta e "vecchia".

mercoledì 18 marzo 2009

"Il patrimonio industriale di San Pietro Vernotico" di A. Monte e V. Pennetta

Il patrimonio industriale di San Pietro Vernotico. Le fabbriche del vino è il titolo del volume che è stato presentato nelle scorse settimane nel comune della provincia di Brindisi e che è stato al centro di un approfondito servizio filmato curato da Michele Peragine andato in onda la scorsa settimana durante la rubrica giornalista "Levante" di Raitre. Il volume è stato curato da Antonio Monte e da Valentina Pennetta ed è stato pubblicato dalle Edizioni del Grifo ed è il risultato di una ricerca svolta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali di Lecce nell'ambito del Progetto: "Il patrimonio archeologico industriale di San Pietro Vernotico: conoscenza e valorizzazione" promosso dal Comune di San Pietro Vernotico – Assessorato alla Cultura e cofinanziato dalla Regione Puglia nel Programma delle Attività Culturali 2007-2009. Antonio Monte è docente di Storia della produzione artigianale presso la Facoltà di Beni Culturali – Università degli Studi di Lecce e ha pubblicato in passato altri contributi in tema di valorizzazione dell'archeologia industriale in Puglia, come nel volume da lui curato Le miniere dell’oro liquido. Archeologia Industriale in Terra d’Otranto: i frantoi ipogei (Del Grifo, 2000), Storte ed alambicchi. L'industria della distillazione a San Cesario di Lecce (Manni, 2000), L’antica industria dell’olio. Itinerari di archeologia industriale nel Salento (Del Grifo, 2003).

Questo volume di Monte e Pennetta per la prima volta mette insieme la storia dell'industria del vino di San Pietro Vernotico e racconta il suo risveglio agricolo datato fine Ottocento, la cui ricostruzione è stata possibile grazie soprattutto al recupero delle carte dagli Archivi (Archivio di Stato di Brindisi e Archivio Storico Comunale di San Pietro Vernotico), dalle Biblioteche Provinciali di Lecce e di Brindisi, dall’Agenzia del Territorio-Archivio Storico Catasto Fabbricati e Terreni di Brindisi. Il volume è arricchito da sei schede di catalogazione scientifica degli opifici e dalla storia degli uomini che sono stati i pionieri nel settore. Protagonisti sono gli stabilimenti vinicoli, fonte di orgoglio e prestigio per l'economia cittadina, testimoni immobili della vita di uomini, proprietari ed operai, che in essi hanno trascorso buona parte della propria esistenza. Un lavoro, quello curato da Monte e Pennetta, che dà spazio a più contributi, in cui spiccano le voci degli abitanti del paese che con i loro ricordi hanno contribuito a ricostruire la centenaria storia vinicola sampietrana. Tra questi, Ubaldo De Simone, che ha lavorato a lungo nelle fabbriche del vino di San Pietro Vernotico, e che nel volume dà spazio ai ricordi, con queste parole: «il profumo di mosto, il ronzìo delle mosche, il brulicare della gente in piazza, la sfilata dei carrettieri che aspettavano l’ingaggio, i ragazzini che rubavano l’uva, il rumore delle botti erano grandi momenti di gioia del nostro paese».

martedì 17 marzo 2009

"Antifona" di Laura D'Arpe

È stato pubblicato pochi mesi fa per i tipi di Lupo Editore un nuovo libro della poetessa e scrittrice Laura D'Arpe, dal titolo Antifona (pp. 168, euro 10). Tema del libro: appunti e riflessioni sulla percezione del bello nell'arte. Il volume è stato presentato poche settimane anche a Lecce, presso la biblioteca provinciale Bernardini. L'autrice, originaria di Monteroni, nel Salento, è alla sua nona pubblicazione. Tra le precedenti, si ricordano Le tre vite (Congedo, Galatina 1993), Senza Tempo (Milella, Lecce 1995), Ametrica Carmina (Congedo, Galatina 1998), Sìrima (Congedo, Galatina 2001), Felixlandia (Kollemata, 2006).

In quarta di copertina è la stessa autrice a introdurre il libro e ad anticipare, a mo' di avvertenza, quello che aspetta il lettore: «A chi mi leggerà non ho voluto offrire che spunti di discorso e di dialogo, partendo dal titolo che è innanzi tutto autoironico, risolto in evidente autocritica. Non vuol essere neppure riscontro come anticipazione o preludio di un "salmo". Cade pertanto ogni intento di antinomie, di antitesi e antifrasi. Semplicemente ho palesato un personale gusto "del contrario", del bizzarro e del curioso. E tutto questo per non rischiare di esseri seri». Per questo volume, dunque, Laura D'Arpe abbandona momentaneamente la scrittura poetica per dare vita a brevi appunti, in realtà rapidi schizzi che rientrano spesso nello spazio di una pagina, e che non di rado arrivano quasi ad assumere la forma dell'aforisma, come in questo caso: «Si devono condannare e rifiutare quei versi inerti e molli, d’apparenza e non di sostanza, tanto quanto si disprezzeranno quelli duri e oscuri. Ma senza appello dovrà essere la condanna di quei brani in versi rozzi e sgorbiati da presunzione e faciloneria».

lunedì 16 marzo 2009

"La matitina dell'IKEA" di Angelo Di Summa

Dopo una serie di presentazioni in Puglia, è stato presentato nelle scorse settimane anche a Milano, nella sede dell'associazione regionale pugliesi, il libretto di Angelo Di Summa dal curioso titolo La matitina dell'IKEA, ovvero versi, ragionamenti, enunciati gnomici, calembour e altre futilità per una fenomenologia degli oggetti (pp. 56, euro 8) pubblicato dalle Edizioni Dal Sud. L'autore, attualmente dirigente del settore delle Politiche migratorie della Regione Puglia, è stato in passato sindaco di Triggiano (BA) e ricopre attualmente l'incarico di direttore del periodico «Triggiano democratica». Nel 1990 Di Summa ha già pubblicato, in collaborazione con Angelo Saponara, il volume Madrepuglia. L'occhio e la memoria (Schena) comprendente alcuni suoi «frammenti narrativi», mentre negli anni successivi, con la stessa casa editrice di Fasano, ha dato alle stampe Luxembourg e ritorni. Centoquarantuno frammenti di emigrazione (1994) e Le storie di Attar (2001). Il suo nuovo volumetto è corredato da una serie di illustrazioni dell'artista di Monopoli Tommaso Notarangelo, che vengono definite dei «teoremi grafici».

Il volumetto, pur partendo da una riflessione filosofica sugli oggetti, è in realtà una vera e propria plaquette di trentasei poesie, tutte dedicate appunto a oggetti della vita quotidiana: dal cellulare al cavatappi, dal divano alla pentola, dal bicchiere alla molletta da bucato e così via. La premessa filosofica della raccolta di poesia è in realtà esplicitamente espressa in quarta di copertina: si tratta cioè di un saggio del 2006, pubblicato su «il manifesto», di Lorenzo Imbeni, che così scriveva: «gli oggetti - vale a dire la realtà artificiale con cui intrecciamo un continuo rapporto nel quotidiano - si pongono come nodi complessi di relazioni attraverso cui esercitiamo il nostro legame operativo con il mondo, un rapporto multidimensionale che si esprime non solo nella funzionalità dei nostri atti fisici, ma anche nei significati simbolici, nelle immagini percettive, nelle relazioni sociali». Partendo da questa premessa intellettuale, l'autore svia però sulla strada dell'ironia, dando vita a un gioco intellettuale sullo «svelamento dell’occulto che c’è nella esperienza ordinaria, secondo la lezione heideggeriana dell’agire progettante e del “fare con” gli oggetti, invece che del “pensare di” essi, mettendo definitivamente da parte tutto ciò che presumiamo di sapere sulle cose».

venerdì 13 marzo 2009

"L'uomo che trascinava il vento" di Gabriele Marra

L'uomo che trascinava il vento (pp. 146, euro 14), pubblicato da Manni Editori lo scorso anno, è l'opera prima di Gabriele Marra dedicata a Walter Ingrosso, sindaco di Casarano, città natale anche dell'autore, tragicamente scomparso il 2 febbraio del 1999 a soli 44 anni dopo essere stato travolto dalla sua stessa auto sul piazzale della Madonna della Campana. «Si tratta di un racconto che trae liberamente spunto dalla figura di William Ingrosso, ricordato, credo e spero senza retorica e facili suggestioni, nella sua semplicità di uomo», sono le parole dell'autore, 36enne, laureato in Giurisprudenza e vicecomandante della locale Polizia Municipale. Il ricavato della vendita del libro verrà, tra l'altro, interamente devoluto alla Fondazione Daniela e Paola Bastianutti.

«L’autore - ha scritto Gino Pisanò, che firma l’introduzione - ci trasmette con questo racconto di anime vinte, nella vita, dal dolore e dalla morte, la sua visione magico-animistica della natura, ma soprattutto il suo anelito verso un mondo più libero, più puro, più giusto. Nell’imponente geografia letteraria del Salento questa scrittura inventa un luogo assolutamente nuovo, dove la metafisica si proietta sullo schermo di un Eden laico e solare, religioso e mediterraneo». Questa invece la trama del libro secondo una recensione apparsa alcune settimane fa sulla «Gazzetta del Mezzogiorno» e che pone l'accento sull'ambientazione del romanzo, il mare di Leuca: «spira sulle pagine il vento del mare Adriatico e onde tempestuose si infrangono su una barca a motore che naviga sulla costa di Leuca. Poi lampi illuminano il cielo ed il mare e il pensiero corre nella stiva di una vecchia nave. I protagonisti, Emilio, Giorgio, Cristiano discettano su abitudini terrene e racconti vissuti. E la nave va, diviene metafora di sentimenti che si agitano e si intrecciano. Per poi ritrovarsi alla fine del racconto, commenta Pisanò, "nello stesso luogo in cui si era dipanato"».

giovedì 12 marzo 2009

"Ragnatele e altri racconti" di Antonio Fiscarelli

È stato presentato il 6 marzo scorso nella sua città natale, Foggia, presso la Libreria Edicolè, il nuovo lavoro di Antonio Fiscarelli, una raccolta di short stories dal titolo Ragnatele e altri racconti (pp. 143, euro 10) pubblicato dalla Prospettiva Editrice, di Roma. L'autore è alla sua seconda pubblicazione importante, dopo il romanzo Il testimone, ambientato a Torino, pubblicato nel 2004 dall'Editrice Bastogi di Foggia. Antonio Fiscarelli, nato a Foggia nel 1973, ha vissuto dal 1994 a Torino, dove ha conseguito la laurea in Filosofia, redigendo una voluminosa tesi dal titolo Essere potere e fare. Tra Hegel, Nietzsche e Sartre. Un soggiorno di sei mesi in Germania (1999-2000) e un anno di vita in Francia (2002-2003), oltre agli innumerevoli spostamenti da una città all’altra dell’Italia e dell’Europa e un viaggio in Kenya, gli hanno permesso di continuare le sue ricerche filosofiche, che hanno per motivo fondamentale l’osservazione della realtà dai diversi punti di vista nella quale si manifesta.

Così si legge nella quarta di copertina di Ragnatele e altri racconti: «Dodici short stories, dodici episodi, dodici situazioni differenti. Non importa dove, quando, non importa il tempo, lo spazio. Qui parlano solo i personaggi, i loro gesti, le loro azioni, i loro pensieri, le loro ossessioni. Ma chi sono questi personaggi? Sono personaggi reali o inventati? Concreti o ideali? Le loro storie vogliono suggerirci qualcosa sulla condizione attuale della nostra società? Tali alcuni interrogativi che sorgono dalla lettura di Ragnatele e altri racconti. Pare che all'autore non interessi rivelare delle verità, denunciare dei fatti, ma solo definire degli intrecci. Nella routine di massa, dove tutto sembra appiattito sulla superficie dei modelli dominanti, germinano insolite meccaniche esistenziali, movenze quotidiane, piccole manie che investono l'esistenza singola e collettiva. Come un ragno la società tesse le sue ragnatele, nei cui intrecci i destini individuali tessono le proprie».

mercoledì 11 marzo 2009

"Oggi è il mio domani", di Antonia Occhilupo

Già in altre due occasioni abbiamo segnalato volumi scritti da parte da chi è riuscito a sconfiggere alcune tra le peggiori forme tumorali, e che ha voluto con passione e intensità riportare in un libro il proprio percorso, dalla scoperta della malattia al travaglio della sofferenza al momento della guarigione. In entrambi in casi, quelli di Fabio Salvatore e di Patrizia Rossini, i volumi hanno ottenuto un buon seguito di lettori. Rientra in questo solco anche il volume Oggi è il mio domani (pp. 352, euro 16), scritto da Antonia Occhilupo, pubblicato per la casa editrice I Libri di Icaro, di Lecce, che racconta la vicenda biografica dell'autrice e della sua lotta alla miastenia. Antonia Occhilupo è nata nel 1955 e vive nel Salento. Ha conseguito la Laurea in Psicologia nella storica Università di Padova e ha poi fortemente voluto la seconda in Medicina e Chirurgia per potersi specializzare in Psichiatria a Firenze. Svolge da anni la sua attività di Psichiatra nel servizio pubblico. È al suo esordio narrativo, avendo pubblicato finora solo lavori scientifici.

Il volume, pubblicato nel 2008, è stato presentato moltissime volte in tutta Italia, e prevalentemente nel Salento: il prossimo 24 marzo verrà presentato presso l'Ufficio Cultura del Comune di Lecce, presso l'ex Conservatorio Sant'Anna. Come scrive Ornella Ghezzi nella prefazione, «La prima tappa del cammino di questa esperienza è il coma ed il confronto con un nuovo modo di essere al mondo: dipendente da una terapia rigida, confinata a casa, lei prima sempre “in prima linea” accanto alla sofferenza degli altri. Ma è questa nuova dimensione l’ispiratrice, paradossalmente, di una infinita creatività letteraria. La sofferenza diventa occasione per ricordare momenti struggenti dell’infanzia, per comunicare gli istanti più drammatici, per interpretare tecnicamente sogni carichi di simbolismi, per fissare sensazioni ed emozioni intensissime. L’autrice non prescrive ricette per eliminare il dolore né per lenirlo. Offre, però, i mezzi per trasformarlo in un’esperienza che può arricchire chi è costretto a viverla».

martedì 10 marzo 2009

"Sai dove impiccano la notte?" di Dino De Mitri

Per la casa editrice Palomar è stato pubblicato da poche settimane il primo romanzo di Dino De Mitri, dal titolo Sai dove impiccano la notte? (pp. 96, euro 9), un Romanzo in 146 stanze con un sottotitolo che ne tratteggia il background: Videoclips, sbronze mistico-pulp, black bloc e tremodia rock. Un romanzo, quello di De Mitri, che si colloca nella sfera del cyberpunk letterario. La trama è «semplice» e fa il paio con quanto espresso nel sottotitolo: «la cattura e la detenzione in una Terra Dismessa; Kolyma-City - un atroce ossimoro est-ovest di lager-gulag-guantanamo - dove la vita ondeggia di memorie inutili e mostri di un futuro impronunciabile; l'Esodo da un luogo che non sogna più nessuno». Dino De Mitri ha partecipato nel 2008 allla ventiduesima edizione del Premio di Poesia Lorenzo Montano e ha ottenuto una menzione di merito per la raccolta L'odore del mattino.

In una recensione apparsa alcune settimane fa su «La Gazzetta del Mezzogiorno», Dino De Mitri viene definito «Irriverente, visionario, poetico. Funambolo della parola, cantore dell’antagonista e del ribelle, dissacratore accorto e «politico» della lingua codificata». A proposito di Sai dove impiccano la notte?, invece, si legge: «Difficilissimo, per non dire impossibile, inquadrare il libro di De Mitri entro confini consueti. L’autore stesso - animo cosmopolita, genoma migratorio e sovversivo, grande studioso dei sottosuoli letterari - parla di "una scrittura, uno stile che scompiglia le carte e i balbettamenti della lingua imperiale". La trama - se di trama è lecito parlare - si snoda attaverso le tre parti del libro: la cattura-il viaggio; la terra dismessa-la fuga; un paese dallo strano nome: Kolyma City, terra che non sogna più. E Kolyma City diventa così come la terra desolata e pietrosa di Eliot, "un atroce ossimoro est-ovest di lager-gulag-guantanamo", sospeso tra la memoria e il disinganno, tra il sogno e l’esodo».

lunedì 9 marzo 2009

"Nicola Pende. Homo socialis harmonicus" di Domenico Di Pinto

La vicenda storica, personale e scientifica di Nicola Pende, medico e docente universitario originario di Noicàttaro (Ba), e il caso della sua firma in calce al Manifesto degli scienziati razzisti del 1938 sono spesso al centro delle ricerche storiche per quanto riguarda l'adesione al fascismo delle personalità intellettuali, in questo caso, pugliesi. Prende posizione in merito ora anche Domenico Di Pinto, in un saggio dal titolo Nicola Pende. "Homo socialis harmonicus" (razza e non razzismo) (pp. 130, euro 10), pubblicato dalla casa editrice Secop di Corato, e che sarà presentato domani, martedì 10 marzo alle ore 18,30 presso la Libreria del Teatro di Bitonto alla presenza, tra gli altri, dell'on. Rocco Pignataro, del prof. Sebastiano Valerio dell'Università degli Studi di Foggia, del dott. Giovanni Lacoppola (Dirigente scolastico provinciale) e di Donato Anelli, insegnante presso il circolo che porta proprio il nome di Nicola Pende. L'autore è nato nel 1936 a Canosa di Puglia, dove vive e opera; è stato Segretario Generale, Segretario Comunale capo, e Direttore Generale in vari comuni di Puglia e Basilicata. Attualmente ricopre l'incarico di dirigente della scuola dell’Infanzia “J. F. Kennedy” e della scuola Primaria “Giovanni XXIII” di Canosa. Fortemente impegnato nella vita sociale, politica e culturale della sua realtà territoriale, ha rivestito diverse cariche in Enti locali, pubblici e amministrativi.

Per prendere le distanze in maniera assoluta dall'ipotesi storica dell'adesione di Nicola Pende al Manifesto della Razza, Di Pinto raccoglie varie testimonianze e soprattutto cita le parole del medico nojano, dalle quali si dedurrebbe l'estraneità di Pende dalle leggi razziali, come, ad esempio, la seguente citazione, dalla quale è tratto anche il titolo del volume di Di Pinto: «La civiltà sarà sempre un simulacro atto a coprire anche il più selvaggio egoismo biologico e morale, se non sarà comunitarismo fraterno di vita tra tutte le classi d`una nazione e tra le varie nazioni. Senza tale comunitarismo fraterno l`individuo resterà schiavo della propria sfera istintiva e la nazione schiava delle proprie barriere e del proprio utilitarismo materialistico, anche se ornato di lussuosa intellettualità. Occorre formare non solo una coscienza individuale, non solo una coscienza nazionale, ma una coscienza mondiale. Homo socialis harmonicus con coscienza mondiale: ideale dell`umanesimo naturale soprannaturale cristiano».

venerdì 6 marzo 2009

"Puglia a braccia aperte" apre Building Apulia

È stato il racconto Puglia a braccia aperte dello scrittore tunisino Hèdi Bouraoui, ormai da molti anni residente in Canada, dopo essersi laureato in Europa, e quindi testimonial per eccellenza dell'attraversamento oltre che dello scambio di culture (la trans-culturalità è infatti la cifra attorno alla quale ruota tutta la sua opera letteraria) ad aprire la sesta edizione di Building Apulia. La Puglia che scrive, che edita, che parla di sé, la manifestazione organizzata dalla Teca del Mediterraneo - Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia, che prende il posto, pur in una sostanziale continuità, della rassegna Percorsi Identitari. Building Apulia, come già negli anni scorsi Percorsi Identitari, ospita nel 2009 un ricco programma di eventi, presentazioni, giornate a tema e seminari, tutti dedicati alla produzione editoriale pugliese. Da quest'anno, inoltre, PugliaLibre è partner della rassegna per quanto concerne la comunicazione degli incontri, la valorizzazione delle pubblicazioni, il mettere in rete autori, editori e lettori prima e soprattutto dopo la presentazione dei volumi indicati nel calendario. Tutto ciò sarà ufficialmente attivo con l'apertura ufficiale, prevista tra pochi giorni, del nuovo sito web di PugliaLibre.

Il racconto di Hédi Bouraoui al centro della presentazione di oggi è stato pubblicato dalla Wip Edizioni di Bari con il contributo del Dipartimento di Lingue e letterature francofone dell'Università di Bari, ed è stato tradotto da Nicola D'Ambrosio, docente dell'Università degli Studi di Bari, residente ad Acquaviva delle Fonti. Sul sito web della Wip Edizioni sono peraltro disponibili importanti materiali video per chi volesse approfondire la conoscenza dell'autore e della sua opera. Puglia a braccia aperte chiude una trilogia dello scrittore tunisino (le opere precedenti sono state pubblicate in Italia dalla stessa casa editrice) e ha il grande merito di aver posto all'attenzione dell'editoria mondiale (pubblicato a Toronto in francese, è stato anche tradotto in inglese) la Puglia e le sue caratteristiche più pregevoli: il paesaggio, le persone, ma soprattutto l'accoglienza, vera parola chiave del volume e dell'incontro di questa mattina, richiamata anche da Cesare Colafemmina, già docente dell'Università di Bari e uno dei maggiori esperti pugliesi di ebraismo. Colafemmina ha infatti rilevato come il racconto di Bouraoui ricordi nello stile un genere letterario dell'ebraismo spagnolo e siciliano, pre-islamico ma che ha goduto di grande fortuna proprio successivamente nell'Islam mediterraneo: la Kasìda, descrizione di un viaggio alla ricerca dell'amico o della persona amata: e questa persona amata altri non è che, nel libro di Bouraoui, la Puglia stessa. Sempre Colafemmina ha ricordato l'esperienza degli ebrei scampati alla Shoah e rifigiuatisi presso Nardò nel 1943, prima di salpare verso Israele, e di come in quegli stessi anni gli eredi delle popolazioni ebraiche vissute in Puglia fino al XVI secolo e poi cacciate in diversi luoghi del Mediterraneo dai "Re cattolici" di Spagna, pregassero ed elevassero ancora canti nella lingua dei loro antenati, con fortissimi accenti pugliesi.

giovedì 5 marzo 2009

"Il pittore di Arpi" di Luigi Todisco

È stato pubblicato dalla casa editrice romana L'Erma di Bretschneider un nuovo importante volume di storia dell'arte sulla Puglia, che analizza alcune preziose testimonianze iconografiche della Daunia. Il Pittore di Arpi. Mito e società nella Daunia del tardo IV secolo a.C. (pp. 150, euro 75), questo il titolo del volume, è stato scritto da Luigi Todisco, nato a Bisceglie (Ba) nel 1950, ordinario di Archeologia e Storia dell'Arte greca e romana all'Università di Bari, e raccoglie ben 66 pagine di illustrazioni. L'autore ha già attivo numerose pubblicazioni scientifiche, molte delle quali centrate su aspetti assai interessanti della storia dell'arte pugliese e meridionale. Tra queste ricordiamo Ceramica neolitica nel Museo di Bisceglie (Dedalo 1980), Scultura antica e reimpiego in Italia meridionale I (Edipuglia 1994), II (Edipuglia 2002), Teatro e spettacolo in Magna Grecia e in Sicilia (Longanesi 2002), Ceramica figurata a soggetto tragico in Magna Grecia e in Sicilia (Bretschneider 2004), Pittura e ceramica figurata tra Grecia, Magna Grecia e Sicilia (La Biblioteca 2006).

Il Pittore di Arpi, ceramografo della tarda produzione vascolare apula, prende nome dal centro dauno che ha restituito gran parte dei suoi vasi figurati. Il lavoro prende in esame soprattutto dal punto di vista iconografico i vasi nello stile apulo a figure rosse attribuiti al Pittore di Arpi. Alcuni di questi splendidi vasi sono esposti nel Museo Civico di Foggia, rinvenuti nella famosa tomba a camera detta "del vaso dei Niobidi", e attestano il processo di ellenizzazione delle facoltose famiglie daunie della fine del IV secolo a.C. Il Pittore di Arpi, si legge nel volume La tomba del vaso dei Niobidi di Arpi di Ettore De Juliis, pubblicato da Edipuglia nel 1992, «è stato collegato strettamente all'opera del Pittore di Baltimora, di cui può essere stato allievo, lavorando nella stessa officina e assumendo in seguito una propria, ben distinta personalità artistica. L'attività di questo Pittore può essersi svolta, perciò, a Canosa, o nella stessa Arpi. I dati di provenienza sono ancora così esigui da non permettere una scelta tra i due grandi centri dauni, pur considerando che mancano ancora notizie del ritrovamento a Canosa di opere attribuibili a tale artista».

mercoledì 4 marzo 2009

"L'abitudine al sangue" di Giorgia Lepore

Il mese scorso ha visto la luce, per i tipi di Fazi Editore, importante casa editrice romana, il romanzo d'esordio di Giorgia Lepore, dal titolo L'abitudine al sangue (pp. 295, euro 18). L'autrice, 39 anni, è nata e vive a Martina Franca ma lavora all'Università di Bari, in qualità di assegnista di ricerca presso la cattedra di Archeologia e Storia dell’Arte Paleocristiana e Altomedievale. È inoltre archeologa, specializzata negli scavi presso le chiese rupestri pugliesi, e docente di Storia dell’Arte nelle scuole superiori. Negli anni scorsi ha partecipato a vari convegni nazionali e internazionali e pubblicato numerosi articoli e saggi in riviste specializzate, tra cui alcuni contributi nel volume Puglia Paleocristiana (a cura di G. Bertelli, 2004) e la monografia Oria e il suo territorio nell’altomedioevo (2004). E proprio dai suoi interessidi archeologa e di studiosa di Storia bizantina prende le mosse il suo romanzo d'esordio, ambientato appunto nell'Impero romano d'Oriente nell'Altomedioevo, ma mancano, per precisa scelta dell'autrice, riferimenti topografici e l'indicazione di un arco temporale nel quale si svolge la vicenda.

La vicenda narrata è quella di Giuliano, figlio secondogenito di un imperatore bizantino, il cui desiderio per la vita contemplativa si piega alla volontà del padre che lo vuole a capo dell’esercito. Dopo aver preso parte ad efferate battaglie sul campo, Giuliano abbandona l'esercito e subisce per questo una crudele punizione da parte del suo stesso genitore, prima di diventare monaco. Così Giorgia Lepore, in un'intervista rilasciata a «Il Tempo»: «Il romanzo nasce da tutte le mie conoscenze storiche che si sono sommate nel corso degli anni. Il protagonista, ad esempio, è un'astrazione, la somma di caratteristiche di alcuni personaggi realmente vissuti. Poi ci sono dei riferimenti storici precisi come la lotta contro l'eresia dei Pauliziani tra il VII e l'IX secolo e la distruzione di un intero popolo vissuto nella zona dell'Armenia. per quanto riguarda Giuliano e il fratello Costantino mi sono ispirata a Basilio II e Costantino vissuti nel X secolo. Tanti pezzi di un puzzle virtuale. Volutamente vago perché vuole essere un passaggio dalla storia alla favola. È lo stesso meccanismo attraverso il quale nascono le leggende».

martedì 3 marzo 2009

"Cappella Sansevero" di Antonella Golia

Sulla Cappella dei Sansevero, uno dei più importanti monumenti di Napoli, luogo di culto nei pressi di piazza San Domenico Maggiore, e sui misteri che pare nascondere, si può contare un'ampia bibliografia. Da pochi mesi si è però aggiunta una nuova pubblicazione di sintesi, edita dalle Edizioni Akroamatikos con sede a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, e scritta da Antonella Golia, dal titolo Cappella Sansevero. Tempio della Virtù e dell'Arte (euro 10,45). L'autrice, pur essendo nata a Napoli, nel 1980, vive tuttora ad Ostuni. Laureata in Beni Culturali, all’Università degli Studi di Lecce, si è specializzata a Napoli in “Management dei beni culturali” ed all’Università di Bari in “Economia e management del turismo culturale”. Nel 2004 ha svolto l’attività di operatore museale presso il Museo di Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale di Ostuni. Dal 2005 si occupa dell’organizzazione di eventi volti alla valorizzazione e fruizione dei beni culturali e della progettazione, organizzazione e gestione di corsi d’alta formazione. Dal 2008 è socia del Centro Ricerche di Storia Religiosa in Puglia – storia, arte e devozione. Il suo precipuo interesse è volto alla ricerca storico-artistica e in particolare alla scultura del ‘700 a Napoli e in Puglia.

La Cappella Sansevero è il percorso mistico e iniziatico voluto da Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero. Lo studio di Antonella Golia abbraccia diverse discipline: dalla storia della Napoli del Settecento alla storia dell’arte e dell’architettura del periodo; dalla cultura massonica alla leggenda popolare. «Il senso di una nuova pubblicazione sul controverso monumento - si legge in quarta di copertina - e sull’ancor più controverso committente, lungi dall’essere esaustiva data la vastità dell’argomento, vuole essere una summa delle diverse teorie che nel corso degli anni si sono alternate nell’interpretazione del monumento. Siamo nel periodo della Napoli dei Borbone, quando avviene una delle prime “rinascite” della città; Carlo III, con i suoi progetti e le sue idee, rende Napoli capitale dell’arte e della modernità. E’ il periodo del restauro del Palazzo Reale, della costruzione della Reggia di Caserta, del Teatro San Carlo e del Real Albergo dei Poveri. È il periodo del rinnovamento settecentesco e della Napoli Capitale. In questo contesto emerge la figura del committente, Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero. Raimondo, figura romanzata, leggendaria, misteriosa e singolare è sempre stato dipinto come un personaggio di ingegno, cultura, scienza e gusto. Il monumento celebrativo della famiglia, il “tempio della virtù”, è un dono all’arte ed alla scultura settecentesca, ancora oggi immerso in un “alone di mistero” cercato a suo tempo e mantenuto ancora oggi. Maestria, leggenda e simbologia si alternano nelle sculture della Pietatella, dalla Pudicizia al Disinganno ed al Cristo Velato, in un percorso mistico, storico ed artistico. Per il nostro Principe lavorano scultori del calibro di Antonio Corradini, Francesco Queirolo e un giovane Giuseppe Sanmartino, destreggiandosi tra sculture velate e monumenti allegorici. Nella Cappella sono conservate anche le cosiddette “macchine anatomiche”, frutto di uno dei tanti esperimenti che hanno alimentato le numerose leggende sul Principe. Negli stretti vicoli della città partenopea, don Raimondo ha realizzato un testamento monumentale ed iniziatico, compendio della storia, della cultura e dell’arte della Napoli del Settecento».

lunedì 2 marzo 2009

"Nudosceno" di Vincenzo Mastropirro

È stato presentato il mese scorso a Bitonto la prima opera poetica di Vincenzo Mastropirro, dal titolo Nudosceno (euro 13), pubblicata dalla casa editrice Lietocolle, specializzata in eleganti plaquettes a tiratura limitata con poesie accompagnate da disegni (in quest'occasione opera di Paolo Sciancalepore). Vincenzo Mastropirro è di Ruvo di Puglia, ma vive a Bitonto (Ba). Flautista, compositore, personalità eclettica ed irrequieta. Dal 1987 suona col Trio "Mauro Giuliani" per importanti teatri e sale concertistiche in Italia e all'estero. L'amore per la poesia lo porta a musicare i testi di Alda Merini e compone Ballate - inciso per la Phoenix Classics, Montebelluna (Tv) 1999. Successivamente, su poesie di Vittorino Curci, compone Songs e poi Mater Dolorosa, Stabat in nove quadri su laudi dialettali pugliesi inciso per la Essemmegi, Bari 2003. Ha inoltre composto alcuni brani per il jazzista Paolo Fresu & Alborada String Quartet e per il duo Sakis Papadimitriou e Giorgia Sylleou. Alcune poesie selezionate per concorso, sono state pubblicate su riviste e antologie nazionali. Nudosceno è la sua opera prima.

Luigi Metropoli ha così scritto su Nudosceno: «Di Mastropirro colpisce la visceralità della parola, secca e tagliente, la sua attenzione al corporeo e al basso, quasi fosse essa stessa a seminare un'infezione, ad innescare un processo di decadenza del corpo mescolato ad un senso di colpa che quasi geneticamente risiede nella terra, nelle viscere. L'io vive una trasformazione biologica e nello stesso tempo la mente è destinata alla demenza. Solo il ricorso alla musica sembra poter lenire il dolore, tramutandolo in un ritmo interstiziale che spezza il malessere». Alcune poesie tratta dalla raccolta poetica di Mastropirro si possono leggere sul sito internet della casa editrice Lietocolle.