Si apre sui versi di Matteo Salvatore, il grande cantore della civiltà contadina in Capitanata, il nuovo libro di Alessandro Leogrande, Uomini e caporali (pp. 254, euro 16,50) pubblicato nella collana Strade Blu di Mondadori da poche settimane. Un’epigrafe assai evocativa e che contiene il senso delle due direttrici principali del bel reportage dello scrittore tarantino: da una parte l’immagine più viva del Tavoliere, quella dei campi sterminati della provincia di Foggia, da Cerignola a Lucera fino al confine con la Basilicata e il Molise; dall’altra la consapevolezza della scomparsa della civiltà contadina cantata da Matteo Salvatore e raccontata da Carlo Levi, con la morte dei vecchi braccianti, e l’inevitabile confronto tra contadini di ieri e di oggi, riuscito anche grazie alla rievocazione dei fatti accaduti nell’estate del 1920 a Gioia del Colle, località di origine dell’autore.
Al centro delle due direttrici, la vicenda drammatica dello schiavismo nelle campagne del Tavoliere, al centro già di alcuni reportage giornalistici oltre che di recenti iniziative politiche, volte a cercare di sradicare il fenomeno, e di inchieste giudiziarie poi confluite in un processo celebrato presso il Tribunale di Bari e culminato, con il giudizio abbreviato, con la condanna di cinque caporali per la riduzione in schiavitù di moltissimi braccianti giunti in Capitanata dall’Africa nera, dal Maghreb, dalla Romania e, in particolare, dalla Polonia. È proprio sul caso dei braccianti polacchi ridotti come schiavi, scomparsi nel nulla o morti per varie circostanze (pressoché tutte ricollegabili alla loro attività nelle campagne della Capitanata) che Leogrande affonda le proprie ricerche: e sono in questo senso decisive le testimonianze, riportate nel volume, dei sopravvissuti rimasti a lavorare in Puglia come del magistrato che si è occupato del procedimento giudiziario, dei parenti di un giovane polacco morto in circostanze misteriose come dei giornalisti, ancora polacchi, che hanno seguito da vicino la vicenda, del console polacco a Bari come del tenente dei carabinieri di stanza a Lucera che tutti i giorni, in particolare durante l’estate, compie accertamenti sulle migliaia di ettari coltivati a pomodoro nella zona di sua competenza.
Il reportage di Leogrande ha, inoltre, il grande merito di allargare il campo visivo, e di unire punto a punto i tanti aspetti che, pur non direttamente, dicono qualcosa sulla situazione del mondo dell’agricoltura in Puglia e in tutto il Sud Italia. Ne sono prove evidenti le “truffe ai danni all’Inps”, litania ripetuta un giorno sì e uno no dagli organi di informazione locali che danno notizia dei singoli provvedimenti della Guardia di Finanza e della quale Leogrande finalmente mette in luce in alcune pagine la portata economica; ne sono prova le pagine dedicate ai clan mafiosi operanti a Foggia e sul Gargano, e sui loro interessi nel mondo del caporalato; ancora, ne è prova l’omicidio efferato di Giovanni Meo, funzionario della Regione Puglia, avvenuto a Manduria lo scorso mese di luglio e legato, probabilmente, alla questione dei controlli tributari e ambientali su alcune imprese agricole dell’arco ionico.
Al centro del libro di Leogrande è perciò tutta la Puglia, perché il passato, il presente e certamente anche il futuro della regione sono legati a doppio filo alle dinamiche del mondo dell’agricoltura. E malgrado le voci che ancora periodicamente, pur con meno convinzione rispetto al passato, indicano nella Puglia una possibile destinataria del premio Nobel per la Pace per l’accoglienza dei migranti (dimenticando con un sol battito di ciglia lo Stadio della Vittoria di Bari nell’estate 1991, il centro Regina Pacis di San Foca e, appunto, la riduzione in schiavitù operata nel Foggiano), la vera scommessa pugliese sarà nel lavorare giorno dopo giorno, con pazienza e orgoglio, per migliorarsi: come accade oggi alle migliaia di albanesi del tutto integrati che tornano a Bari solo per imbarcarsi per il ritorno in patria per le vacanze; come è stata resa giustizia di ciò che avveniva nel centro di San Foca; come si sta cercando di fare per la Capitanata, con la legge regionale sul lavoro nero recentemente premiata dall’Unione Europea, con gli alberghi diffusi e l’assistenza sanitaria obbligatoria anche ai cosiddetti “irregolari”. Con la speranza di trovarci preparati, e dalla parte giusta, quando «La linea del fronte non contrapporrà comunità a comunità, etnia a etnia. Ma le attraverserà tutte spaccandole in due come mele. Nuovi cafoni da una parte, nuovi bravi dall’altra; mentre altri, nuovissimi signori dei feudi, stabiliranno la posta in gioco».